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SEMPLIFICAZIONE AMMINISTRATIVA - GIURISPRUDENZA





GIURISPRUDENZA

SANZIONI AMMINISTRATIVE. IL TERMINE PER L'EMISSIONE DELL'ORDINANZA-INGIUNZIONE

Ancora una volta la Suprema Corte di Cassazione torna ad occuparsi della questione relativa alla durata del procedimento amministrativo volto all’adozione dell’ordinanza-ingiunzione irrogativa di una sanzione amministrativa disciplinato dalla legge 24 novembre 1981 n. 689.
Ad intervenire sull’argomento questa volta sono state le Sezioni Unite della Suprema Corte di Cassazione che, con la Sentenza 27 aprile 2006, n. 9591, hanno composto il contrasto giurisprudenziale formatosi in ordine all’applicabilità o meno del breve termine di trenta giorni di cui all’art. 2 della L. n. 241/1990 (ora novanta giorni, per come previsto dalla norma modificata dall’art. 36 bis D.L. 14 marzo 2005, n. 35, convertito con L. 14 maggio 2005, n. 80) ai fini dell’esaurimento del procedimento amministrativo per l’emissione dell’ordinanza-ingiunzione.

Si riporta il testo della Sentenza:
. Cassazione - Sezioni Unite Civili - Sentenza 27 aprile 2006, n. 9591: Sanzioni amministrative. Il termine per l'emissione dell'ordinanza-ingiunzione.


IL TERMINE INDEROGABILE DEL SILENZIO-ASSENSO

Il Comune non può negare l'autorizzazione quando è ormai scaduto il termine che ha consentito il formarsi del silenzio assenso. Può soltanto agire in autotutela.
In tal senso si è espresso il Consiglio di Stato, Sezione V, con la Sentenza n. 1339 del 20 marzo 2007.
La sentenza di primo grado aveva ritenuto legittimo il provvedimento di diniego all’esercizio di una determinata attività, in quanto il provvedimento tacito non poteva ritenersi venuto in essere in mancanza di tutti i requisiti soggettivi ed oggettivi per l’accoglimento dell’istanza.
Diversa è l'opinione del Consiglio di Stato che ha riformato la sentenza accogliendo la tesi dell'appellante secondo cui il silenzio assenso, una volta formatosi può essere oggetto di interventi amministrativi in via di autotutela, ma, in mancanza dei detti interventi, non può ritenersi inesistente o disapplicato per ragioni attinenti al difetto di condizioni per lo svolgimento della specifica attività.
Tale interpretazione, sottolinea il Consiglio di Stato, è ora avvalorata dall’art. 20 della legge n. 241 del 1990, così come riformulato dall’art. 3, comma 6-ter, del D.L. 14 marzo 2005, n. 35, convertito, con modificazioni, nella legge 14 maggio 2005 n. 80.
Il comma 3 del citato art. 20 esplicitamente accoglie ora il principio secondo cui il silenzio assenso, formatosi per decorso del tempo prescritto dall’inoltro dell’istanza, non può essere considerato dall’amministrazione tamquam non esset, ma può formare oggetto di provvedimenti caducatori in via di autotutela.

Si riporta il testo della Sentenza:
. Consiglio di Stato - Sezione V - Sentenza n. 1339 del 20 marzo 2007.


AUTOCERTIFICAZIONE – ALLEGAZIONE DELLA FOTOCOPIA DEL DOCUMENTO DI IDENTITA’ - ELEMENTO IMPRESCINDIBILE

Spesso ci si chiede: cosa accade se ad una istanza o ad una autocertificazione di atto di notorietà non viene allegata la fotocopia del documento di identità del dichiarante? Si è in presenza di una dichiarazione solo affetta da irregolarità, sanabile con una successiva attività di integrazione da parte del dichiarante, o di una causa di invalidità radicale tale da comportare la totale inefficacia della dichiarazione stessa?

Due sono gli indirizzi che si sono formati.
Secondo un primo indirizzo, la produzione del documento di identità non costituisce parte integrante della dichiarazione sostitutiva.
La copia di un documento di identità garantisce l'imputazione della dichiarazione al dichiarante nedesimo, con totale indifferenza di effetti nei riguardi del merito delle attestazioni enunciate. Dunque è sempre possibile una successiva regolarizzazione diretta a sopperire una eventuale carenza dell'allegazione documentale (TAR Molise n. 499/03; TAR Puglia n. 4350/03; TAR Lazio n. 5578/02).

Un secondo indirizzo, diametralmente opposto, sostiene, invece, che la produzione del documento di identità del dichiarante si configura quale elemento costitutivo dell'autocertificazione, essendo requisito formale ad substantiam dell'autocertificazione stessa (TAR Umbria n. 212/04; TAR Valle d'Aosta n. 29/04; TAR Piemonte n. 1585/02; TAR Campania n. 8809/04; TAR Sardegna n. 1263/01).

Una recente Sentenza del TAR Campania (Sezione VIII, n. 4974/07, depositata l’ 11 maggio 2007), si inserisce nell’orientamento giurisprudenziale prevalente sostenendo che la produzione in fotocopia del documento di identità costituisce elemento costitutivo imprescindibile dell’autocertificazione.
L’allegazione di un valido documento di identità al testo della dichiarazione sostitutiva, lungi dal costituire un vuoto formalismo, costituisce piuttosto un fondamentale onere del sottoscrittore, configurandosi - nella previsione dell’articolo 38, comma 3, del D.P.R. n. 445/2000 - come l’elemento della fattispecie normativa, teleologicamente diretto a comprovare, non tanto e non soltanto le generalità del dichiarante, ma ancor prima l’imprescindibile nesso di imputabilità soggettiva della dichiarazione ad una determinata persona fisica.

Si riporta il testo della Sentenza:
. TAR CAMPANIA – Sezione Ottava – Sentenza n. 4974/07, depositata l’ 11 maggio 2007.


PREAVVISO DI RIGETTO - NO ALL'APPLICAZIONE RIGOROSA DELL'ART. 10-BIS DELLA LEGGE N. 241/1990

Il T.A.R. della Toscana (Sentenza 2 luglio 2007, n. 1013) ha affermato che l’art. 10-bis della legge n. 241/90, introdotto dalla legge n. 15 del 2005, non deve essere applicato in maniera rigorosamente produttiva di illegittimità del provvedimento ogni qual volta esso risulti violato.
Il T.A.R. Toscana, conseguentemente, ritiene che debba rifiutarsi una rigorosa applicazione dell’art. 10-bis L. 241/90 - peraltro ben lontana dal principio di economicità del procedimento amministrativo - dovendosi, piuttosto, ritenere che il provvedimento di rigetto dell’istanza non preceduto dal preavviso non comporta l’illegittimità del provvedimento finale nelle fattispecie in cui le motivazioni ostative siano state diffusamente esposte dal provvedimento finale e, soprattutto, la parte ricorrente non dimostri la loro illegittimità.
Infatti, se è vero - come del resto emerge dalla relazione al disegno di legge (CD, n. 3890) - che la disposizione tende a limitare il contenzioso tra cittadino e pubblica amministrazione deve, però, anche prendersi atto che la finalità collaborativa della disposizione trova sua ragione, e nel contempo si esaurisce, nello stesso termine di conclusione del procedimento.
Sicché, la eventuale sentenza di annullamento per violazione dell’art. 10-bis non precluderebbe all’Amministrazione di rinnovare la medesima determinazione adempiendo al dettato della norma, cioè indicando nuovamente le medesime ragioni già adottate col provvedimento annullato.
In conclusione, il T.A.R., nel caso di specie, sancisce che il motivo di violazione dell’art. 10-bis, non conducendo ad alcuna utilità sostanziale, non è assistito da un interesse sostanziale risultando, pertanto, inammissibile.

Si riporta il testo della Sentenza:
. TAR TOSCANA – Sezione Terza – Sentenza n. 1013 del 2 luglio 2007 - Procedimento amministrativo – Preavviso di rigetto – Interpretazione rigorosa – Illegittimità.


ART. 10-BIS DELLA LEGGE N. 241/1990 – INAPPLICABILITA’ ALLA D.I.A.

La D.I.A. non è uno strumento di liberalizzazione dell'attività, ma rappresenta una semplificazione procedimentale che consente al privato di conseguire un titolo abilitativo, sub specie dall'autorizzazione implicita di natura provvedimentale (favorevole), a seguito del decorso di un termine (30 giorni) della presentazione della denunzia.
Nel caso della D.I.A., con il decorso del termine si forma una sorta di autoamministrazione, secondo alcuni, di autorizzazione implicita (positiva) di natura provvedimentale per altra ricostruzione, che può essere succeduta da ordine (negativo) di non iniziare i lavori o può essere contestata dal terzo.
L'istituto del preavviso di rigetto trova applicazione solo nell'ipotesi di adozione di un provvedimento negativo sull'istanza (di provvedimento positivo) presentata dal privato e non nel caso di presentazione di denunzia di inizio di attività e successivo ordine o diffida a non iniziare i lavori.
È inapplicabile alla D.I.A. (di cui al D.P.R. n. 380 del 2001) l'art. 10 bis, legge n. 241 del 1990, atteso che la D.I.A. è provvedimento (implicito) di tipo favorevole al privato, mentre è negativo (ma non è a rigore un rigetto della istanza) il successivo atto di diffida a non agire; inoltre, il preavviso per l’ordine di non eseguire costituirebbe una non giustificata duplicazione del medesimo, incompatibile con il termine ristretto entro il quale l'amministrazione deve provvedere, non essendo fra l'altro previste parentesi procedimentali produttive di sospensione del termine stesso.

Si riporta il testo della Sentenza:
. CONSIGLIO DI STATO – Sezione Quarta – Sentenza n. 4828 del 12 settembre 2007 - Denuncia di inizio attività – Inapplicabilità dell’art. 10-bis della legge n. 241/1990.


NATURA GIURIDICA DELLA D.I.A. - PRONUNCIA DEL TAR EMILIA ROMAGNA

La D.I.A. non è uno strumento di liberalizzazione dell’attività ma rappresenta una semplificazione procedimentale, che consente al privato di conseguire un titolo abilitativo a seguito del decorso di un termine (30 giorni) dalla presentazione della denuncia.
Nel caso della D.I.A., pertanto, con il decorso del termine si forma una autorizzazione implicita di natura provvedimentale, che può essere contestata dal terzo entro l’ordinario termine di decadenza di 60 giorni, decorrenti dalla comunicazione al terzo del perfezionamento della D.I.A. o dall’avvenuta conoscenza del consenso (implicito) all’intervento oggetto di D.I.A.

Si riporta il testo della Sentenza:
. TAR EMILIA ROMAGNA – Sezione Seconda – Sentenza n. 2253 del 2 ottobre 2007 - Natura giuridica della D.I.A. - Procedimento amministrativo - Decorrenza del termine di 30 gg. dalla presentazione – Effetti.


CIRCOLARI AGENZIA DELLE ENTRATE – NON VINCOLANTI E DUNQUE NON IMPUGNABILI

La circolare, con la quale l'agenzia delle Entrate effettua l'interpretazione di una norma tributaria, esprime esclusivamente un parere dell'Amministrazione, non vincolante né per il contribuente, che resta pienamente libero di non adottare un comportamento a essa uniforme, né per gli uffici gerarchicamente subordinati, non essendo loro vietato disattenderla, né per la medesima autorità, che l'ha emanata, la quale resta libera di modificare, correggere e anche disattendere l'interpretazione adottata.
Per tali ragioni, il documento non può essere impugnato né di fronte al giudice amministrativo, non essendo un atto generale di imposizione, né innanzi al giudice tributario, non essendo atto di esercizio di potestà impositiva.
E' quanto affermato dalle Sezioni unite della Cassazione, con la Sentenza n. 23031 del 2 novembre 2007.

Si riporta il testo della Sentenza:
. Cassazione - Sezioni Unite Civili - Sentenza 9 ottobre – 2 novembre 2007, n. 23031 - Circolari dell’Agenzia delle Entrate – Natura giuridica – Non vincolatività – Norma interna – Inoppugnabilità.


I LIMITI DELLE CIRCOLARI AMMINISTRATIVE – INTERVENTO DEL CONSIGLIO DI STATO

Le circolari amministrative non possono determinare degli effetti nei confronti di soggetti estranei all'amministrazione e non possono quindi fissare dei termini perentori per essi.
Così ha stabilito il Consiglio di Stato, Sezione V, Sentenza n. 4524 del 19 settembre 2008, che ha ribadito con nuove argomentazioni i limiti dell'efficacia delle circolari amministrative.
Il caso riguardava un provvedimento di cancellazione dal registro regionale di una associazione di volontariato, che non aveva rispettato una circolare regionale che prevedeva - pena la cancellazione - dei termini perentori per l'invio della documentazione.
I giudici hanno annullato questo provvedimento, per le seguenti puntuali ragioni:
a) l'amministrazione ha illegittimamente introdotto una nuova ipotesi di cancellazione dal Registro regionale, non prevista da alcuna norma di rango legislativo" regolamentare, statale o regionale;
b) la circolare non ha alcuna idoneità a stabilire degli effetti nei confronti dì soggetti estranei all'amministrazione, e l'associazione interessata non aveva alcun onere dì proporre una specifica impugnazione contro di essa
.

Si riporta il testo della Sentenza:
. Consiglio di Stato – Sezione Quinta - Sentenza 19 settembre 2008, n. 4524: Circolari amministrative – Non idonee a determinare effetti nei confronti dei soggetti estranei all’amministrazione.


DIA – VERIFICA DEI REQUISITI PRESCRITTI DALLA LEGGE DA PARTE DELLA PUBBLICA AMMINISTRAZIONE

La DIA - quale modalità di semplificazione procedimentale che consente al privato di conseguire un titolo abilitativo implicito - deve ritenersi un procedimento ad istanza di parte, basato su una autocertificazione del privato stesso, in merito alla quale la Pubblica Amministrazione effettua un'attività di controllo sia in ordine alla pertinenza e completezza della documentazione, sia, per quanto riguarda più specificamente le attestazioni di professionisti abilitati, in ordine all'effettiva sussistenza delle condizioni stabilite per l'esercizio di siffatta facoltà di denuncia.
A fronte della presentazione della DIA, pertanto, incombe sull'Amministrazione Comunale l'obbligo di procedere alla verifica, in capo al dichiarante, dei requisiti richiesti dalla legge per la realizzazione dell'intervento.

Si riporta il testo della Sentenza:
. Consiglio di Stato – Sezione Quarta - Sentenza 24 maggio 2010, n. 3263: DIA – Spetta alla Pubblica Amministrazione verificare la sussistenza dei requisiti prescritti dalla legge.


L'ufficiale dell'anagrafe del Comune non può autenticare firme su atti di natura negoziale – Intervento della Corte di Cassazione

Non potendosi ricavare dal sistema normativo vigente un potere dell’incaricato comunale di autenticare la firma degli atti negoziali, è nulla la procura speciale alle liti conferita con una scrittura privata con firma autenticata dall’ufficiale dell’anagrafe del Comune.
Lo ha stabilito la Corte di Cassazione, Sezione III Civile, con la sentenza n. 19966/2013 depositata il 30 agosto 2013.
Secondo la Suprema Corte infatti vi è “un sistema normativo nel quale il potere di autenticazione del dipendente addetto dell’ufficio comunale non è generalizzato, ma è di volta in volta individuato dal legislatore”.
Nella sentenza viene ricordato che il T.U. in materia di documentazione amministrativa (D.P.R. n. 445/2000), finalizzato alla semplificazione delle procedure: da un lato, non ha previsto l’autentica di firma per le istanze presentate alla Pubblica Amministrazione o ai Gestori di pubblici servizi (art. 21, comma 1 e art. 38, comma 3); dall’altro, ha previsto l’autenticazione, anche da parte del «dipendente addetto a ricevere la documentazione o altro dipendente incaricato dal Sindaco», per le istanze presentate agli organi della Pubblica Amministrazione o ai Gestori di pubblici servizi al fine della riscossione da parte di terzi di benefici economici, nonché per le istanze presentate a soggetti diversi (art. art. 21, comma 2)”.
Inoltre, prosegue la sentenza, non mancano nella legislazione statale casi in cui è specificamente conferita, al dipendente addetto dell’ufficio comunale, il potere di autenticazione di determinati atti (viene citato, a titolo esemplificativo, l'art. 14 della L. n. 53 del 1990, in materia elettorale e l'art. 31 della L. n. 184 del 1983, in materia di adozione).

Si riporta il testo della Sentenza:
. Corte de Cassazione - Sezione III Civile - Sentenza 11 giugno - 30 agosto 2013, n. 19966/2013.




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Pubblicato su: 2010-06-25 (2835 letture)

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